Con soddisfazione, da rockettara consumata, devo constatare che il periodo della tarantella pare sia finalmente un ricordo del passato. Intendiamoci, la musica popolare, etnica, quella che oggi va sotto l’etichetta di World Music, è arte al pari delle altre. Cultura. Di più, spesso in quei canti e in quei balli c’è la nostra storia contadina, le mani callose dei nostri nonni, il folklore mescolato alla fede e alle tradizioni.
Tutti ingredienti nobili che in epoca di globalizzazione imperante e mescolamento di culture, sono tornati, giustamente, alla ribalta come risposta localistica alla mondializzazione. Allo stesso modo va detto che non se ne poteva più. Negli ultimi anni non c’è stata festa di paese in cui non si udissero tammorre e chitarre battenti. E dove improvvisati ballerini e ballerine, armati di fastidiosissime nacchere, facevano a pezzi la danza tradizionale della taranta.
Insomma, da Eugenio Bennato in poi, autore che ha il merito di aver riportato sul mercato quelle sonorità, la musica popolare si è fatta moda tirando dentro tutti: anche chi fino ad allora aveva orecchie per melodie più ruvide. Vedere un punk che balla la tarantella è un’esperienza mistica. Oggi, è il caso di dire, la musica è cambiata. Sulla scena irpina si impongono, accade già da qualche anno, festival di rock alternativo come quelli, solo per fare qualche esempio, di Frigento,
Montemiletto,
Zungoli. Tiene fede alla sua storia
l’Ariano Folk Festival, che, pure legato a sonorità etniche, non ha mai ceduto all’abuso delle tammorre. Dunque, cari rockers d’Irpinia, è il vostro, nostro, momento. Speriamo che duri. Ma per celebrare degnamente il funerale delle nacchere, vale la pena riascoltare uno dei tormentoni dei “bei tempi” andati.