In un’intervista a Radio Punto Nuovo il vicepresidente della regione Campania sostiene che “questo sia il tempo delle scelte e a suo avviso si dovrebbe puntare sulle tradizioni, le identità e quindi alle produzioni, al turismo; credo un po’ di meno a una coda di una scelta novecentesca come quella di trivellare il nostro territorio per cercare petrolio. Non so se questo tipo di opzione tra dieci anni sarà ancora valida. Allora se abbiamo un dubbio in tal senso non ci conviene perseguirla, ma credo invece che tra dieci anni sarà ancora più valida l’opzione del turismo, dell’agricoltura come fattore produttivo. E andrei in quella direzione”. Una posizione che genera soddisfazione nei comitati cittadini coinvolti da quello dell’Alta Irpinia a Gesualdo, dove è vivace e battente la mobilitazione dal basso. Intanto a corroborare le posizioni contrarie alle trivellazioni in terraferma, arriva uno studio scientifico dell’INGV che propone un metodo per il monitoraggio del rischio derivante dalla sismicità indotta dallo sfruttamento geotermico del sottosuolo. Per intenderci, si avvia l’analisi che correla l’esplorazione del sottosuolo con aumento del rischio sismico. A dirlo questa volta non sono singoli geologi o esperti dai vari blog, ma l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia insieme all’Università di Napoli. L’equipe coordinata dall’italiano Vincenzo Convertito ha pubblicato lo studio su Bulletin of the Seismological Society of America, dove si esaminano problemi relativi a un campo geotermico noto come “The Geysers”, localizzato nel nord della California e sfruttato sin dagli anni ’60. In questo campo si è notato che quando iniziò l’estrazione del fluido geotermico per creare elettricità, la cosiddetta sismicità indotta aumentò sensibilmente, crescendo di pari passo con l’intensificarsi dello sfruttamento. Recentemente, nel periodo di Aprile 2007 – Ottobre 2010, sono stati registrati ben sette terremoti, in questa area, di magnitudo uguale e superiore a quattro. La tecnica sarà estesa anche ad altre situazioni proprio per studiare la sismicità indotta, oltre che nel caso dello sfruttamento delle aree geotermiche, anche relativamente all’estrazione di idrocarburi e all’immagazzinamento di anidride carbonica. Quello che nella sostanza si vorrebbe fare in Irpinia.








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